Ho messo le mani dentro le cose di una volta. La reclusione casalinga ti costringe al riconteggio dei ricordi, al riordino di parti del tempo. Alla lucidatura di oggettistica che odora di tanto ieri. Non è andata male, anche se la visione comporta inevitabili strette di cuore e imboscate di rimorsi. Quando mi capita di mescolare e spolverare le cose antiche che riposano nella mia stanza antipanico, penso a Steve McQueen. E il mio battito non va all’attore-leggenda di Papillon, in quel drammatico corpo a corpo con l’ossessione di libertà, o quando è Cincinnati Kid mentre al tavolo di poker fallisce l’assalto al numero uno Lancey, o quando sfreccia in moto nel sontuoso La grande fuga e nel finale gioca con una pallina di baseball, il cui rimbalzo resta tra i rumori più irriverenti e poetici del cinema: no, il mio battito va al suo ultimo film, Il cacciatore di taglie, 1980, anno in cui Steve chiude il suo cinematografo terreno.
Quando spolvero le cose antiche penso a Steve McQueen e al suo ultimo film
Il suo eroe d’uscita è Ralph (Papa) Thorson, per tutti “Papà”, professione rincorritore di detenuti in libertà provvisoria o in attesa di processo che di rientrare al gabbio non ci pensano proprio. La pellicola brancola tra inseguimenti e romanticismi, in una texture di grano nostalgia, con un colpo visivo memorabile del regista Buzz Kulik: la rincorsa di un’auto sportiva e una trebbiatrice che arabescano un campo di mais. Ma il mio Steve dei battiti è quello che, in un attimo di tregua, mette ordine in casa alla sua collezione di “cose antiche” perché, dice, “sono migliori” delle nuove. Un’evasione domestica senza spericolatezze. E lo fa con quella calma disinvolta che si accende nello sguardo di chi ha vissuto davvero e non teme, per niente, la pioggia del tanto ieri.